Una Storia Vera per riflettere sulla vecchiaia

“Una Storia Vera” è una riflessione sulla vecchiaia, quasi un inno. Alvin, il protagonista, è un uomo vero, un essere umano. Testardo, metodico, che conosce ancora il significato della parola dignità. Un uomo che prova sentimenti e ha un fortissimo senso etico. Che prova anche le pene, la tristezza, le paure di un uomo giunto quasi alla fine del suo percorso.

Traspare lungo tutta la storia anche una riflessione sulla morte, ma con dignità, non celandone però la sofferenza, la tristezza, le limitazioni fisiche, l’accettazione di tutto ciò da parte del protagonista, che spera solo di arrivare in tempo per trovare il fratello ancora vivo.

Ho cominciato a percepire il presagio della morte sin da quando si vede per la prima volta Alvin sul pavimento della casa che divide con la figlia Rose, in posizione orizzontale, quasi paralizzato al suolo ed incapace di alzarsi. Questa condizione di fragilità mi ha fatto prendere coscienza del “potere”, della posizione di dominio che noi operatori sanitari abbiamo nei confronti delle persone anziane affidate alle nostre cure. E’ difficile mettersi al loro ascolto mantenendo questa posizione, infatti quando Alvin viene portato dal medico dopo la caduta, la postura del sanitario nei confronti del vecchio paziente, comunica una posizione di fredda professionalità, di mancanza di empatia che non permette alla relazione di assumere un valore terapeutico e di presa in carico della persona.

Mi rendo conto di come la conoscenza della storia personale sia indispensabile per prendersi cura delle persone anziane e di come sia utile per comprendere le loro decisioni e i loro comportamenti. Questo è importante anche nel lavoro d’assistenza rivolto alle persone affette da demenza, nonostante si utilizzi spesso l’alibi dell’incapacità di decidere per se stessi per evitare di prendere in considerazione il problema del rispetto delle volontà della persona.

Ogni persona ha nella vita una meta da raggiungere, qualcosa che le dia un senso.

Qual’ è la meta di Alvin?

Voglio arrivare a sedere fianco a fianco con mio fratello dice,” e poi guardare in alto, verso le stelle, come facevamo tanto tempo fa”. La meta così non gli sta’ avanti, come una speranza, ma alle spalle, come una nostalgia. I vecchi, nella mia esperienza, amano ripercorrere il loro vissuto con qualcuno che sia disposto ad ascoltare con sincero interesse. Dare la possibilità di raccontarsi è un elemento importante per accompagnare alla morte.

Alvin è supportato, nella “folle” decisione di intraprendere il lungo viaggio con il trattore, dalla figlia Rose e lungo tutto il percorso viene aiutato dalle persone che incontra, rispettando la volontà di voler fare a modo suo. Le brevi, ma intense relazioni che nascono lungo la strada verso il fratello, gli danno l’opportunità di ritrovare la sua Storia con i suoi valori quali la nascita,la famiglia, la sofferenza e di mettere la propria lunga esperienza al servizio di persone bisognose di cose “semplici” come la lentezza, la dignità, l’amore.

Anche io, come infermiere, mi sento bisognoso del loro aiuto così come loro del mio.

Spesso mi comporto come la donna, incontrata da Alvin, che investe i cervi, passando davanti alle persone che curo con quella fretta che uccide ogni loro richiesta di comprensione. Vorrei essere come il mezzo cinematografico che in questo film si mette a disposizione del personaggio aderendo alla sua necessità, sovrapponendosi precisamente alla sua saggezza e al suo mondo interiore.

Lento è Alvin, lento il tagliaerba e lenti noi che lo accompagnamo.

Mi domando:

Senza una meta da raggiungere, può avere ancora un senso la vita?

Un uomo al quale non viene data la possibilità di relazione e comunicazione, è un uomo vivo?

Fino a che punto è giusto usare il “potere” che il mio ruolo mi concede, nell’assistenza alla persona affetta da demenza?

E’ possibile parlare di rispetto delle volontà della persona nel caso delle demenze?

Come si può scoprire il mondo di valori di una persona affetta da demenza?

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