Operatori di cura per amore e non per dovere

Vorrei lanciare una provocazione a tutti coloro che come me lavorano nei “Luoghi della cura”:
Essere infemiere o, indipendentemente dal ruolo, operatore di cura all’interno di un Nucleo Alzheimer, è un lavoro che può essere svolto da chiunque? E’ necessaria una motivazione profonda oppure puo’ bastare una scelta fatta per necessità? E’ possibile aiutare il prossimo quando non si crede fortemente in quello che si fà? Esistono ancora operatori che amano quello che fanno e non trovano gratificazione dal caffè di metà turno, ma dal sorriso e dal grazie di un paziente?!

La discussione è aperta nel nostro forum, a cui si può accedere attraverso il link forum alzheimer.

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Una risposta a “Operatori di cura per amore e non per dovere

  1. Per chiarire il senso del lavoro sociale con le persone occorre individuare una specificità distintiva tra il lavoro con le persone e il lavoro sulla materia inanimata (Zani e Palmonari 1996)
    Se riconosciamo dignità a tutto il lavoro umano che non sia distruttivo, occorre, però, sottolineare che non è la stessa cosa distribuire la posta, vendere i giornali o accudire i bambini di una scuola materna, assistere un minore con problemi, o nello specifico, assistere una persona con la malattia di Alzheimer.
    Per cui se da un lato si crede che per lavorare con le persone “ci vuole la vocazione” e chi lo fa per mestiere non può farlo bene perché pensa soltanto allo stipendio, dal lato opposto si può giungere ad assimilare il lavoro con le persone, al lavoro di chi manipola la materia.
    La specificità del lavoro con le persone sta nel fatto che costruisce il luogo prototipico in cui può realizzarsi la solidarietà diretta verso l’altro; impegnarsi in un simile lavoro, così come incontrare gli altri, implica in modo immediato, non eludibile, assumere quell’atteggiamento che Bauman chiama responsabilità esistenziale verso l’altro, cioè quel fondamentale attributo dell’esistenza umana che consiste “nell’essere con altri”.
    La solidarietà, invocata come elemento significativo e necessario di tutti i tipi di lavoro sociale (da quello professionale a quello volontario), si fonda sulla responsabilità esistenziale che ognuno di noi ha nei confronti degli altri.”
    Ecco dunque aggiungersi tre “ingredienti” fondamentali nello svolgimento del lavoro sociale: l’amore, la cura e l’aiuto.
    1“L’amore umano è, fondamentalmente, un’espressione autorealizzativa, un’energia psichica diffusa, governata dalla legge della reciprocità. Nella coniugalità, nell’amicizia e in tutte le forme di espressione attraverso il lavoro che l’amore anima, l’uomo esige e attende risposte. Aspetta amore e amicizia, “il successo” del proprio impegno, esige un risultato del proprio lavoro. L’amore umano è tendenzialmente appassionato ed entusiasta, perciò non avverte stanchezza e si ri-progetta continuamente, investendo illimitate energie sul reale, con forti e fiduciose aspettative”
    2“L’energia psichica che Erickson ha chiamato “cura”, invece, è una miscela di sentimenti positivi, che possono includere molte espressioni d’amore, dall’interesse alla preoccupazione, dalla tenerezza alla passione, ma soprattutto si caratterizzano per un senso di responsabilità personale nei confronti del soggetto/cura, sempre percepito come “altro” da sé. La cura scaturisce dal riconoscimento che l’oggetto/soggetto è “degno” di cura e che è bisognoso e necessitante di essa.”
    “3L’aiuto è un processo relativamente complesso nel quale non c’è semplicemente un oggetto (passivo) in difficoltà e un soggetto (attivo) che può aiutarlo, ma due soggetti profondamente coinvolti in una relazione di scambio, dove entrambi impareranno qualcosa, pur se il rapporto è asimmetrico, tra chi è in condizioni di poter offrire e gestire un aiuto e chi invece richiede l’aiuto.
    Aiutare significa anche lasciare pochi margini alla “passività” dell’altro e alla possessività di chi aiuta; significa soprattutto attivare all’interno della relazione tutte le potenzialità dell’individuo, stimolare l’empowerment personale.
    In particolare il concetto di empowerment psicologico, derivante dall’integrazione di tre ambiti diversi:
    di personalità (attribuzione a se’ di risultati delle proprie azioni);
    cognitivi (percezione di autoefficacia, cioè sentirsi capace di scegliere e di attuare dei comportamenti più adeguati per affrontare una data situazione);
    motivazionali (desiderio di partecipare all’azione e alla gestione dei fattori in gioco).”
    Come è possibile tutto ciò con persone con disturbi di memoria con cui verrebbe spontaneo dire:… ma tanto dimenticano, come si possono attuare i processi sopra descritti? Come è possibile la costruzione di un empowerment per i malati di Alzheimer??
    Nella mia esperienza quotidiana, lavorando a contatto con persone nelle fasi iniziale e intermedia della malattia, ho notato che la metodicità delle attività proposte, il setting adeguato alle loro esigenze, l’aiuto protesico dato dagli operatori, aiutano a costruire un contesto entro il quale le persone riescono a esprimere delle scelte, stabilire dei rapporti sociali, costruire delle abitudini, quindi delle certezze.
    Partendo dal qui e ora. L’unico tempo in cui ogni attore della “scena” esiste per se’ e per gli altri.
    un abbraccio
    topolino rosso

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