Capacità attoriali e ideazione narrativa utilizzate come strategia per il controllo dei disturbi del comportamento nella persona demente.

I disturbi comportamentali sono i problemi di più difficile gestione nella malattia di Alzheimer e nelle demenze in genere e la caratterizzano soprattutto nelle prime fasi. Spesso sono la causa della decisione, da parte del caregiver, di istituzionalizzazione della persona affetta da demenza.

Per il controllo di questi disturbi, oltre a quella farmacologica, ci sono a disposizione diverse strategie, ognuna delle quali ha dei fondamenti teorici e sviluppa delle tecniche che utilizzano l’operatore come veicolo principale.

Le terapie non farmacologiche più utilizzate come la Gentlecare, la Validation, il Conversazionalismo , sono degli strumenti indispensabili nelle mani degli operatori per costruire un modello di cura che valorizzi il rispetto della dignità della persona demente, ma  non sempre riescono ,da sole, ad essere efficaci.

Durante la mia esperienza di assistenza all’interno di un Nucleo Alzheimer, sperimentando queste terapie, ho potuto scoprirne anche i limiti e di conseguenza ho cercato altre possibili soluzioni.

In molte occasioni le persone di cui mi sono preso cura mi hanno mostrato alcuni frammenti di quel particolare “mondo” che non coincide con la realtà oggettiva, nel quale non era previsto il personaggio che in quel momento interpretavo, così da non aver la possibilità di accompagnarli ad una gestione felice del delirio. Ho provato allora a creare, attraverso la conoscenza biografica del paziente, una rappresentazione idonea a quel “mondo”, riducendo così la sofferenza e permettendo  un buon controllo del disturbo comportamentale. L’obiettivo principale di questa scelta terapeutica è quello di evitare che la persona demente viva in solitudine e con esiti disperati queste “forti” esperienze.

Da qui è nata la riflessione sull’utilizzo delle capacità attoriali e narrazione fantastica nel controllo dei disturbi del comportamento. Osservando i diversi atteggiamenti nei confronti dei pazienti  disturbati dai deliri, ci si può rendere conto di quanto sia necessario essere in grado di creare una rappresentazione adatta a quella data persona e in una specifica situazione. Infatti spesso accade che alcuni operatori sanitari o famigliari vengano rifiutati oppure aggrediti dalla persona demente a causa di un atteggiamento non incline ad entrare nel loro “mondo”. Molte volte mi capita di interpretare personaggi come il prete, il padre o un parente caro, il direttore di un hotel, l’amico, il medico, il vicino di casa, il carabiniere, perché la persona lo ricerca per poter risolvere al meglio la storia che sta vivendo oppure per il bisogno di avere vicino una figura per lui consolatoria. Attraverso questo metodo è inoltre più “facile” far accettare positivamente alcune attività assistenziali, tra cui il bagno, la somministrazione delle terapie farmacologiche, il cibo e le bevande, il cambio di abito ecc….Non meno importante è la possibilità di far “divertire” chi si trova a passare molto tempo aggrovigliato in pensieri negativi senza vie d’uscita.

Questo tipo di strategia viene però criticata da molti a causa delle implicazioni di natura etica riguardanti in modo particolare la dimensione religiosa, ma non meno la sensazione di mancanza di rispetto che la creazione fantastica induce nella persona che non vive l’esperienza di delirio. Anche il metodo Validation sembra rifiutarla scrivendo queste parole: “Gli operatori del metodo Validation sono sempre onesti. I grandi anziani disorientati riconoscono la finzione. Il sordo “sentirà” una risatina, il cieco “vedrà” un sorriso falso. Conoscono la differenza tra un tocco accondiscendente sulla spalla e un contatto umano caldo e rispettoso. Ad un livello subliminale di consapevolezza il grande anziano conosce la verità; come una persona che dorme e inconsciamente scaccia una zanzara, è inconsapevole e non vuole essere posto dinnanzi alla realtà dei fatti. Perciò l’operatore non deve mentire. Il grande anziano disorientato non si fida di un operatore che mente. Senza fiducia, il metodo non funziona………Ascoltarli non significa alimentarne le “fantasie”.

Penso che sia sempre necessario valutare attentamente, per ogni singolo caso, i vari metodi di approccio a questi problemi, tenendo particolarmente in considerazione la storia di vita della persona da accompagnare lungo questi “viaggi” della mente.

Per ottenere dei buoni risultati, gli operatori dovrebbero affinare la competenza relazionale anche attraverso una accurata osservazione dei comportamenti, possedere una buona cultura religiosa, essere liberi da pregiudizi,sapersi calare nei panni degli altri. Sicuramente ci vuole un alto grado di preparazione ed esperienza per poter utilizzare tutti questi strumenti, perché attraverso l’improvvisazione si possono causare danni a volte irreparabili; bisogna sempre attuare una scelta che abbia come caratteristica il rispetto della persona e il raggiungimento di una possibile felicità, anche se temporanea.

“L’esperienza “teatrale” ,oltre ai vantaggi sopra descritti, si rivela preziosa per sviluppare, anche per quegli “attori” involontari che sono gli operatori sanitari, la qualità della loro comunicazione, mettendoli in condizione di utilizzare al meglio la propria energia, di finalizzare la tensione in modo positivo, di trovare nel lavoro d’ogni giorno una gratificazione in più. La peculiarità dello strumento teatrale è di poter creare un livello di coinvolgimento che superi la sfera cognitiva e attivi anche il piano emotivo dei partecipanti. L’uso delle componenti emotive sul luogo di lavoro ha anche lo scopo di alleggerire i compiti della parte razionale del cervello, già sovraccarica di processi, norme, regole, tecniche, per risvegliare le altre risorse emozionali e creative del lavoratore, normalmente “assopite”. E’ un modo come un altro per “decongestionare” le risorse dell’individuo.”

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Una risposta a “Capacità attoriali e ideazione narrativa utilizzate come strategia per il controllo dei disturbi del comportamento nella persona demente.

  1. Interessante questo post..ho avuto mia mamma malata di alzheimer per 4 anni.. e frequentava un centro diurno..devo dire che io andavo spesso a trovarla ed era piacevole vedere alcuni infermieri e volontari che usavano un approccio..”teatrale..”con la mamma e le sue amiche e per qualche attimo strappavano alcuni sorrisi..senza prendersi gioco di nessuno ma anzi..aiutandoli

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