Fornire assistenza: l’odissea del divenire più umano

Ho da poco letto l’editoriale di Marco Trabucchi su GRG NEWS, rimanendone immediatamente colpito. Mi ritrovo pienamente nelle parole del Prof. Kleinman e penso sia utile diffonderle a tutti coloro che pensano che l’assistenza nel campo delle demenze sia un compito semplice, dove la parola dominante è incurabilità.

In questi tempi di profonda tristezza per vicende che hanno –tra l’altro- messo in discussione il ruolo di chi dona assistenza, ho letto su Lancet (373:292-3, 2009) l’articolo di un medico che riporta la propria esperienza di marito di una persona affetta da demenza. Sono rimasto impressionato dalla profondità dello scritto, a cominciare dal titolo: ”Fornire assistenza: l’odissea del divenire più umano” (ma la traduzione ha perso l’incisività dell’inglese: “Caregiving: the odyssey of becoming more human”). Mi limito a riportare alcuni passaggi, soprattutto quando l’autore, un medico di Harvard, afferma che il donare assistenza “è un atto di immaginazione empatica, di responsabilità, di testimonianza e di solidarietà con le persone che hanno grande bisogno. E’ un atto morale che rende i caregiver, e talvolta persino quelli che ricevono assistenza, più presenti e quindi più umani”. Sono parole che impressionano, perché dettate da un’esperienza diretta e non dall’osservazione esterna degli eventi. L’assistenza ad una persona ammalata di demenza è un impegno pesante, spesso caratterizzato da fatiche disumane (lavoro fisico, poco sonno, stress continuo, la depressione dietro l’angolo, ecc.). Perché allora scrivere che ci si sente “più umani”? Perché l’impegno per l’altro costringe a specchiarsi, a misurarsi, a fare i conti con i propri limiti: sono tutte vicende che ci approfondiscono nel nostro essere uomini. Inoltre il lavoro di assistenza avvicina tra loro le persone, quelle che prestano le cure all’interno di una famiglia o di un equipe organizzata e anche tra chi dona e chi riceve assistenza. Così si crea una micro comunità di persone, che sperimentano legami forti, dinamiche incisive, rendendo ogni componente più conscio che attraverso l’essere uomo o donna passa il significato dello stare insieme per servire e per essere serviti.

Il prof. Kleinman scrive che il fornire assistenza è molto più difficile, gravoso, incerto di quanto non indichino i modelli usati dalle professioni sanitarie. Afferma anche che il suo essere medico non gli aveva insegnato nulla in confronto di quanto ha appreso essendo l’attore principale dell’assistenza alla moglie ammalata di Alzheimer. Anche in questo caso il medico che ha una personale esperienza della sofferenza offre un’interpretazione significativa del ruolo di chi assiste e ne facciamo tesoro: ci ritroviamo nelle parole di Kleinman, nella loro durezza, ma anche nella loro nobiltà. Peraltro sono gli atteggiamenti che dovrebbero sempre accompagnarci: la durezza della realtà clinica e assistenziale nella quale siamo immersi e che non nascondiamo, la nobiltà di un lavoro -mai ideologico- che ci permette di accompagnare le sofferenze con il dovere di lenirle. Qui e ora, senza dare giudizi, ma commisurando sempre i nostri interventi alla capacità dell’ammalato di trarne vantaggio. Così facciamo un’opera giusta sul piano clinico e rispettosa sul piano umano.

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Una risposta a “Fornire assistenza: l’odissea del divenire più umano

  1. è tutto vero quello che si dice in questo scritto. Ho potuto sperimentarlo su mia moglie, affetta da una demenza. All’inizio ero disperato e perso, ho messo in atto una strategia di un approccio corretto, e lentamente la situazione è migliorata. Non nego la difficoltà, ancora oggi cado negli errori, ma so riprendermi e ricostruire il rapporto. Ci vuole una umanità grande, e nelle difficoltà si vogliono amici che ti sostengono e condividino. Purtroppo è il lato negativo, non ne ho. Spero di trovarne, per essere aiutato e per tramettere una esperienza utile per la vita di tutti i giorni.

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